I brani che abbiamo scelto per il Comenius Music Project di questo anno sono “Il ballo del fazzoletto” e “Pirulì che c’è da cena”: si tratta di due canti popolari conosciuti in tutta la zona centro-meridionale della nostra regione, che presentano un testo in dialetto cingolano-maceratese.
Il ballo del fazzoletto Come il titolo lascia intendere, si tratta di una canzone originariamente destinata al ballo di coppia: il “protagonista” della danza è un grande fazzoletto di stoffa, accessorio tipico del costume maschile e femminile del nostro territorio, che viene sempre tenuto tra le mani dalle coppie di ballerini.


Il testo originale si compone di 8 strofe, ciascuna delle quali è divisa in due parti rispettivamente di 5 e 4 versi. Due sono i personaggi della canzone, tra loro contrapposti: un padre (interpretato da una voce maschile solista o da un gruppo di voci maschili) e la giovane figlia (interpretato da una voce femminile solista o da un gruppo di voci femminili). Visto che danzare significava anche prendere il proprio posto in società o nella comunità locale, il padre insiste perché la figlia vada al ballo (Fija mia voi veni al ballo?→ trad.: Figlia mia, vuoi venire a ballare?), ma la giovane ogni volta si rifiuta perché non ha i vestiti giusti o gli accessori necessari a comporre il tipico costume da festa marchigiano (Babbu mia non vengo no → trad.: Babbo mio, assolutamente no): la prima volta dice di non avere le scarpette (‘Chè le scarpette non ce l’ho), poi i mutandoni (le mutanne), quindi il grembiule (lu pannellu), la camicia (la camicia), il busto (lu bustu) e, infine, gli orecchini (li pendenti) e la collana di corallo (li coralli); ognuno di questi accessori viene richiesto dalla esigente giovane ad ogni strofa.

Il padre, pur di vederla ballare, cede ogni volta e la accontenta. Alla fine la figlia dichiara di essere pronta e si avvia con il padre al ballo. Le due voci si alternano per tutta la durata della canzone, in uno scherzoso botta e risposta continuo, accompagnate da un organetto che esegue gli accordi principali (tonica e dominante) mentre raddoppia le linee melodiche del canto. Il ritmo è binario e la melodia è semplicissima, senza grandi salti, basata sulla continua ripetizione di due soli motivi: Come per tutte le canzoni popolari marchigiane non conosciamo né il paroliere, né il compositore, né la data di composizione. Lo spartito e il testo si ricavano ascoltando antiche registrazioni originali eseguite da interpreti locali.
Pirulì che c’è da cena Il testo originale si compone di 7 strofe, ciascuna di 4 versi. Anche in questo caso i personaggi sono due, uno maschile e uno femminile: l’uomo, esigente e incontentabile, prima chiede cosa si mangia per cena, poi puntualmente si lamenta dei cibi che la moglie gli ha cucinato e li rifiuta recisamente. In ogni strofa i due personaggi, che possono essere interpretati come per Il ballo del fazzoletto da un gruppo di voci maschili e femminili, si alternano con decisione. L’ultimo verso di ogni strofa può essere cantato da entrambe le voci. In ogni strofa si accenna ad un piatto tipico della nostra regione: insalata mista, patate arrosto, pomodori arrosto, bistecchine di vitello, coniglio arrosto, gallina ripiena al lesso. L’uomo trova ogni volta un difetto: l’insalata non è stata lavata bene, le patate non sono state correttamente sbucciate, i pomodori non sono buoni, la bistecca è troppo secca, il coniglio arrosto è un piatto troppo ricco e la gallina non è gradita. La parola con cui iniziano tutte le strofe, Pirulì, è un non-sense. Questa canzone ha ritmo binario e può essere anche ballata, come lascia intendere la strofa finale. Il tono generale della canzone è ironico e scherzoso: nelle Marche di cinquanta anni fa, cibi così ricchi venivano infatti portati in tavola solo raramente, per lo più in occasione di feste. Per i contadini e i braccianti del tempo un menu del genere era quindi un vero e proprio sogno: rifiutarli in una canzone significava sdrammatizzare la povera cucina di tutti i giorni, basata principalmente su pane, patate, polenta e verdure di stagione. La melodia è ripetitiva, basata su un giro armonico molto semplice (tonica-dominante), raddoppiata dall’organetto che, oltre a dare un’introduzione strumentale, separa ogni volta le strofe con un breve momento solistico. La melodia di ogni strofa è costruita su poche note, quasi tutte molto vicine, e su un andamento prevalentemente discendente:
