Wednesday 19 May 2010, by Maria Luisa VIOLINI

versione inglese

I marchigiani sono un popolo di “canterini”, suonatori e ballerini: fin dal passato più remoto il cantare era infatti una vera e propria “necessità dello spirito” per il lavoratore marchigiano. Tutti sapevano cantare: cantavano le massaie mentre facevano le faccende di casa, cantavano le lavandaie nel loro ingrato lavoro, le tessitrici che dalla mattina alla sera non facevano altro che lavorare al telaio, cantavano le giovani che stavano per sposarsi, le vecchiette mentre filavano, gli artigiani nelle botteghe, i cantastorie nelle feste popolari, ma soprattutto i nostri contadini durante i duri lavori dei campi. Chiunque fosse passato cinquanta anni fa anche per le vie più oscure dei piccoli paesi avrebbe sentito mille melodie d’amore, di dispetto e da ballo. Si cantava in ogni tempo e in ogni luogo: nelle danze paesane, nel lavoro e, più indietro nel tempo, anche nelle veglie funebri. Non possiamo non ricordare anche un suggestiva usanza, anch’essa tramontata, che si ricollega in particolare al territorio di Cingoli: il ponte che si trova sulla strada provinciale che unisce San Severino Marche a Cingoli è noto infatti con il nome di “Ponte dei Canti” perché fin dai tempi più lontani, nelle serate della stagione estiva, vi si ritrovavano giovani e anziani, uomini e donne, che, sedutisi sul parapetto del ponte fino a tarda ora, si davano gioiosamente a cantare le più belle canzoni agresti. Una valida testimonianza del cantare dei marchigiani lo troviamo anche nelle poesie del grande Giacomo Leopardi, nostro conterraneo, ad esempio nelle “Ricordanze”, dove il poeta ricorda l’usanza dei giovani di regalare alle loro amate, insieme a fiori e dolci, anche canti melodiosi. Un altro valido documento è la raccolta del fratello di Leopardi intitolata “Quarantaquattro canti del popolo recanatese”. Vi era un canto per ogni lavoro, per ogni occasione. Avveniva quindi spesso che al canto di un isolato contadino si aggiungesse una voce proveniente da un altro campo. Tali canti sono frutto dell’anima collettiva del popolo marchigiano in generale e degli abitanti delle campagne maceratesi e picene in particolare. Bisogna tuttavia ricordare che questa musica è arrivata fino a noi soprattutto grazie all’opera dei cantastorie i quali, specialmente durante le fiere, si appostavano lungo la via principale del paese e cantavano accompagnandosi con l’organetto o piccoli strumenti a percussione. La folla si riuniva per ascoltare e ballare. I cantastorie giravano di paese in paese illustrando le notizie dei fatti più importanti attraverso canzoni e cartelloni dipinti. Si esibivano da soli, suonando o cantando per ore senza mai stancare e stancarsi. Il compenso consisteva in un’offerta spontanea o un invito ad una tavolata. Le figure di questi “artisti di strada” traggono origine dalla chanson de geste, dai trovatori e dagli aedi; la loro fioritura, legata in particolare alla civiltà contadina, avviene in Italia dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nelle Marche ne sono nati molti, apprezzati poi in tutta Italia, come “Lu zoppittu de Mondefà”, un tale Donnini di Montefano, “Peppe Ciàcciu”, ovvero Giuseppe Cervellini di Civitanova Marche, “Pasqualon”, cioè Odoardo Giansanti di Pesaro e infine il grande “Tarquì de Cinguli”, al secolo Tarquinio Pelletti, cantastorie di Cingoli che cantava e improvvisava con perizia anche intorno alle imprese di briganti o a fattacci di ogni genere; era ricercato in occasione di nozze o feste familiari, non solo in tutte le Marche ma anche in Abruzzo. Si accompagnava preferibilmente con un triangolo in ferro. Se anticamente ogni regione aveva i suoi cantastorie, oggi non è più così: i maestri di questa arte provengono ora soprattutto dalla Sicilia e si adeguano ai tempi moderni, vendendo alla fine della loro esibizione CD e video. Oltre ai “canterini” e alle “cantarinelle” (ragazzi e ragazze molto abili nel cantare) vi erano i suonatori di organetto, uno strumento molto simile ad una rudimentale fisarmonica: era accanto a questo strumento che il giovane innamorato lanciava, cantando, una dichiarazione d’amore improvvisata alla donna che segretamente amava, ed era sempre accanto all’organetto che avvenivano spesso anche tragici epiloghi amorosi. Il suonatore di organetto, che apprendeva a suonare il proprio strumento “ad orecchio”, era stimato e rispettato da tutti proprio per l’invidiabile bravura e per la sua qualità di “artista del suono”. L’organetto diatonico è uno strumento originario delle Marche appartenente alla tipologia degli strumenti ad aria (aerofoni ad ancia libera). Ogni famiglia ne possedeva uno, e questo strumento era considerato quasi come un componente della famiglia stessa. Strumenti che si accompagnavano all’organetto erano una forma particolare di tamburello a sonagli (chiamato anche cymbalon) e il triangolo di ferro, suonato di solito dalle donne e solo eccezionalmente da uomini. Il tamburello era costruito in maniera artigianale usando pelli di animali e arricchito poi con fiocchetti rossi, bianchi e verdi, ciondoli e campanelle. Il triangolo in ferro produceva un suono molto metallico che ben accentuava la ritmicità delle canzoni. La fisarmonica è uno strumento che si è aggiunto solo molto più tardi in sostituzione dell’organetto, in quanto più ricca di tonalità e più armoniosa. Alcuni gruppi musicali del nostro territorio usano oggi anche un altro strumento a percussione chiamato “violino dei poveri”, cioè un pezzo di legno massello, ornato di fiocchetti, campanellini e piattini bronzei della lunghezza di 35 cm. sul quale vene fatto scorrere aritmicamente un altro bastoncino di legno dentellato. Se il saper cantare, il saper suonare l’organetto e il saper danzare erano considerati attributi che abbellivano un giovane o una giovane marchigiana, bisogna tuttavia ricordare che i beniamini di ogni festa erano in assoluto i bravi ballerini. Un tipico ballo popolare del nostro territorio è il saltarello, una danza solitamente ternaria, molto vivace e simile alla tarantella, da praticare all’aperto, che prevede salti di coppia ed evoca scene di corteggiamento amoroso. Il ritmo del saltarello può essere ritrovato tra l’altro nel finale della Sinfonia op. 90 “Italiana” (1833) di Felix Mendelssohn-Bartholdy.

Participating Schools | Legal Informations | Site Map | | SPIP | RSS 2.0 Follow-up of the site's activity

This project has been funded with support from the European Commission.
This publication [communication] reflects the views only of the author, and the Commission cannot be held responsible for any use which may be made of the information contained therein.